La memoria dei caduti della Grande Guerra in Mugello: una ferita salvata dalla bellezza - Sito ufficiale della pittrice e storica d'arte Elisa Marianini

Vai ai contenuti

La memoria dei caduti della Grande Guerra in Mugello: una ferita salvata dalla bellezza

  LA MEMORIA DEI CADUTI DELLA GRANDE GUERRA  IN MUGELLO
Una ferita salvata dalla Bellezza

Il Mugello custodisce una ricca messe di memorie ai caduti della Grande Guerra, un tessuto che è stato in parte distrutto già a partire dal periodo compreso tra gli anni Venti e Trenta, poichè spesso giudicato in modo negativo, come testimonia molta stampa del tempo che tramanda memorie di mediocrità ed interpretazioni sfavorevoli nate da ragioni principalmente estetiche. Ma l’avvio della distruzione comincia con la seconda guerra mondiale, quando il bisogno di armi  rese appetibile la grande quantità di metallo con cui erano stati realizzati la gran parte dei monumenti ai caduti. Così il medesimo bronzo, prima ricavato dalle armi strappate al nemico, e poi trasformato in una memoria carica di sentimenti e di spiritualità, ritornava ad essere protagonista del nuovo conflitto, soddisfacendo molti detrattori estetici di quelle opere.
Nella stanza del sindaco nel palazzo municipale di Borgo San Lorenzo Tito Chini eseguì una decorazione nella quale sono ricordati gli “uomini illustri” di tutto il Mugello: il loro valore era l’esempio di umanità al quale l’intera comunità doveva guardare per trarre forza e coraggio, soprattutto dopo il susseguirsi di  due calamità come la guerra e il grave terremoto che colpì questo territorio il 29 giugno del 1919. Unico vivente tra gli uomini illustri ad essere ricordato da Tito è il Generale Pecori Giraldi: da lui parte la nostra considerazione delle memorie mugellane della Grande Guerra, giacché esse, in modo più o meno diretto, derivano dai pensieri e dall’azione sua.  
Stanza del sindaco con decorazione degli “Uomini illustri”, Palazzo comunale di Borgo San Lorenzo
Le testate de“Il Messaggero del Mugello” e “Il Corriere Mugellano” che annunciano la strage del terremoto del 29 giugno 1919
Buona parte di queste memorie furono realizzate dalla “Manifattura Fornaci San Lorenzo”, all’epoca senz’altro il più importante luogo d’arte della valle. Galileo, già nel 1919, fornì il progetto di un “altare votivo” oggi perduto, che venne eretto da Chino Chini nella pieve di San Lorenzo; inoltre disegnò il bozzetto per il “Monumento Unico” che Pecori Giraldi voleva nel cuore del Mugello, per superare la frammentarietà delle molte memorie già poste dalle famiglie nei cimiteri comunali che erano il risultato di espressioni separate di gruppi, destinate all’abbandono,  e non una condivisione unanime dell’esperienza del dolore e della gloria per la medesima causa. Il monumento avrebbe dovuto sorgere nel centro del Mugello e per non creare parzialità, fuori da ogni abitato: non ci fu però alcuna attuazione a causa del terremoto che sconvolse la vallata il 29 giugno 1919, segnando con un nuovo lutto la memoria di un’intera generazione. Conseguentemente ogni comune progettò singolarmente proprie memorie e propri monumenti per i caduti, e da ciò deriva una grande varietà di soluzioni stilistiche e di significato, ciascuna diversa a seconda degli animi che le avevano promosse. All’interno di questa varietà, possiamo individuare  tre tipi di memorie, corrispondenti ad altrettanti animi.
Il primo tipo è contraddistinto da un animo più celebrativo, e si realizza nei numerosi monumenti bronzei che immaginano gesta eroiche con una certa retorica figurativa, qualificata dai richiami alla classicità sia nella plastica che nelle strutture architettoniche; e gli artisti proverranno dall’Accademia di Firenze. Rossi, Gronchi, Giovannetti, Vannetti, Ciampi danno comunque una interpretazione ogni volta diversa della morte dell’eroe. Nelle loro strutture architettoniche domina un materiale proprio della romanità e della classicità, come il travertino e sono  caratterizzati da espressioni cariche di forza e soprattutto di virilità. I monumenti non presentano un carattere passivo, per lo più costituito da un asse orizzontale dominante, come nelle sculture funerarie; ma un asse verticale, capace di dare un’immagine viva ed eroica della guerra. Essi vennero eretti tra il 1922 e il 1928; dunque negli anni di più intensa messa in opera dei monumenti italiani. L’erezione dei monumenti ai caduti si bloccherà intorno al 1930, dopo che nel 1927 il Ministro dell’Istruzione Pubblica, aveva pubblicato un articolo intitolato “Non monumenti ma asili” e già nel 1918 d’accordo con questa linea  nazionale, Chino Chini pensò al recupero del palazzo del podestà di Borgo San Lorenzo, gravemente danneggiato dal tempo e dal terremoto. E, ricollegandosi a questa linea di pensiero, a Scarperia verrà dedicato ai caduti il restauro dell’oratorio della Madonna del Vivaio, mentre a Vicchio prima, e a Dicomano poi, vennero rispettivamente inaugurati insieme al monumento ai caduti, l’asilo infantile “Beato Angelico”, e l’acquedotto comunale, opere dunque, utili per l’intera comunità.  
         
Giuseppe Gronchi, Monumento ai caduti Barberino di Mugello, 1924
Giorgio Rossi, Monumento ai caduti di Borgo San lorenzo, 1927
Angelo Vannetti, Monumenti ai caduti di Dicomano, 1928
Alimondo Ciampi, Monumenti ai caduti di Rufina, 1926
Giuseppe Gronchi, Monumento ai caduti di Vicchio di Mugello, 1925
Palazzo del podestà ai primi del ‘900
Il secondo tipo di memorie è costituito dai tabernacoli, lastre, cippi, fontane, asili, e presenta caratteri stilistici in cui la tradizione neorinascimentale si coniuga a quella gotica, o francescana, o rurale. Questo gruppo dipende dagli intellettuali del “Bollettino della Società Mugellana di Studi Storici”, che volevano recuperare la colta tradizione locale: ne nasceranno opere di grande bellezza e semplicità, piene di poesia,  con cui si credeva di cancellare il dolore, ed elevare gli animi alla pace e alla serenità interiore. Questa categoria comprende  memorie in materiali diversi – terracotta, pietra serena, affresco –, e di quantità più estesa rispetto a quella dei monumenti a fusione bronzea, perché richiesti da piccole comunità, più campestri che cittadine. Questa unione di semplicità umana e di grazia divina risponde a quella richiesta di fede sincera della popolazione.              
Chino Chini e Petroni, Monumento ai caduti di Figliano. 1923
Chino Chini, Monumento ai caduti di Luco di Mugello. 1923
Manifattura Chini Fornaci San Lorenzo, Lapide dedicata ai caduti delle Fornaci San Lorenzo in Sant’Omobono, 1925
Manifattura Chini Fornaci San Lorenzo, Monumento ai caduti di Lumena, 1925
Agusto Chini, Monumento ai caduti Sant’Eustachio in Acone, 1924
Tito Chini, Lapide ai caduti di Vaglia, 1920
Monumento ai caduti di Pomino
Monumento ai caduti di Castiglioni
Il terzo tipo di memorie dedicate ai caduti è in rapporto più intimo con la natura, trovando nei “Parchi della rimembranza” l’espressione più alta; e in questi parchi pensati come luoghi di raccoglimento e di preghiera solitaria, a volte trovano posto semplici monumenti. Essi sono un monumento vivente, individuale e collettivo poiché ogni albero commemora ciascun caduto: gli alberi erano sistemati in fila al posto delle tombe e il caduto veniva immerso nel ritmo vitale della natura, e diventava parte integrante del mutare delle stagioni: l’inverno ne prefigurava la morte, e la primavera la risurrezione. Gli alberi uguali, come le tombe nei cimiteri, stavano a significare l’uniformità dei caduti, quasi a simboleggiare il cameratismo del tempo di guerra.
Ma accanto a queste  memorie dei caduti, non possiamo non menzionare la lapide di Gabbiano, la quale ricorda ventidue giovani che, per essere tornati incolumi dalla Grande Guerra, decisero di dedicare a Maria il resto della loro vita. Questa epigrafe è una sorta di ex-voto, e ci riporta alla mente le raccomandazioni con cui Pecori Giraldi invitava i suoi soldati nei momenti di maggior sconforto a non abbandonarsi mai alla sfiducia, alla disperazione e all’egoismo: solo così sarebbero stati ricompensati. Così è stato per i ventidue giovani di Gabbiano che, al ringraziamento per l’incolumità e il ritorno a casa, uniscono una promessa solenne alla Vergine Maria, offrendole il più prezioso dei beni dell’uomo: la vita.
Cippo commemorativo a Panicaglia, 1923
Parco della Rimembranza di San Cresci in Valcava
Cippo commemorativo nel Parco della rimembranza di Pulicciano, 1930
(Articolo di Elisa Marianini novembre 2018)


Articolo con saggio integrale su
"La memoria dei caduti della Grande Guerra in Mugello: una ferita salvata dalla bellezza"


Bottega d’arte e restauro: Via del Porcellana, 39/r e 39/b, 50123 Firenze Tel: 055-219250
Studio artistico: Traversa del Mugello SP 551, Via Provinciale 14h, 50038 Scarperia San Piero (FI)
Torna ai contenuti